“Ogni giorno di più mi convinco che lo sperpero della nostra esistenza risiede nell'amore che non abbiamo donato. L'amore che doniamo è la sola ricchezza che conserveremo per l'eternità”
Gustavo Adolfo Rol

Sono un’insegnante. Prima di tutto mi considero un’educatrice, poi svolgo anche il compito di istruttrice. Sento di avere un dovere ed un obbligo speciali verso coloro che mi sono stati affidati, dovere ed obbligo che ho cercato di tenere  presenti nella mia vita, fatta di anni sereni passati nella scuola in mezzo a bambini apparentemente sempre più sicuri e audaci, ma in sostanza confusi e inermi di fronte ai problemi creati dagli adulti. Li ascolto con attenzione e partecipazione quando raccontano le loro esperienze, cerco di guidarli quando li vedo smarriti e incerti, intervengo, spero nel modo più opportuno, nelle situazioni conflittuali che si creano in classe. Ci sono giornate  in cui tutto scorre tranquillamente, ma anche giorni nei quali mi chiedo se posso fare ancora meglio.

L’anno scorso ho avuto l’occasione di conoscere l’associazione “Help senza confini” che si adopera per migliorare la situazione dei bambini orfani del Burundi; sono venuta a contatto con persone che, sacrificando gran parte della loro vita privata, operano instancabilmente per diffondere la cultura della solidarietà. Ho allora pensato che mi si stava offrendo un'occasione unica e che non dovevo lasciarmi sfuggire l’opportunità di rendermi utile. Ho cominciato così a partecipare più da vicino alle attività che fanno capire come si vive nel Burundi, un paese martoriato e sfinito dalle continue lotte fra etnie avverse, dove l'emergenza fa parte della vita di tutti. Mi sono resa conto del grande impegno e del senso di responsabilità di chi, del tutto gratuitamente, spende il proprio tempo libero sensibilizzando le persone, promuovendo iniziative,  raccogliendo fondi interamente investiti nella costruzione di scuole, ospedali e strutture per l'accoglienza di bambini orfani.

Ho così dato un mio piccolo contributo affrontando in classe il tema dell'interculturalità, che, tra l'altro, è materia inserita nei programmi.
La parte più difficile è stata quella di presentare a bambini di sette anni  tematiche complesse come quelle che riguardano la guerra, la fame, la mancanza della famiglia, l'indifferenza di adulti disperati verso i piccoli abbandonati. Non mi sono comunque persa d'animo e ho provato ad illustrare la situazione. Sono cominciate domande e richieste di spiegazione alle quali non mi sono sottratta; ho cercato di usare parole adatte ed esempi pratici per farmi capire meglio, ho evitato aspetti o troppo crudi o di difficile comprensione e i miei alunni hanno iniziato a considerare una realtà diversa rispetto a quella da loro conosciuta, una realtà complessa, ma anche ricca di sentimenti positivi, di slanci emotivi e di sensibilità. Hanno subito espresso le loro emozioni attraverso disegni e letterine in cui esprimevano tutto l'affetto verso quei bambini lontani, ma ormai presenti nei loro pensieri. Hanno ricercato di propria iniziativa informazioni su enciclopedie e  televisione: hanno portato in classe  ritagli di giornali e fotografie; hanno dato le loro soluzioni per l'eliminazione dei problemi esistenti, alcune ingenue,  altre perfino fondate su basi logiche. La cosa più bella che si è verificata è che, spinti dall'entusiasmo e dalla voglia di aiutare i bambini più sfortunati di loro, hanno coinvolto e motivato i genitori, spingendoli alla partecipazione e alla cooperazione. Si è realizzata per una volta la vera unione fra scuola e famiglia: tutti insieme hanno concorso per conseguire un obiettivo comune che, oltre a soddisfare l'aspetto didattico attraverso il raggiungimento di conoscenze interdisciplinari,  ha cominciato a formare nei bambini ed a rafforzare negli adulti i principi della vera coesione sociale sulla quale costruire dei valori finalmente uguali per tutti.

Anna Giancola
coordinatrice progetto
"Scuole senza confini - insegnanti solidali in rete"


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