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| Monte Sant’Angelo, 22 Giugno 2010 |
Il Burundi in classe
“Non si è mai felici pienamente se la felicità non la si condivide con gli altri”.
Con questa frase i bambini e i genitori delle classi V A e V B dell’Istituto Comprensivo Giovanni XXIII di Monte Sant’Angelo (FG) hanno voluto salutare la scuola primaria e i loro insegnanti.
Queste parole, testimonianza dell’efficacia di un’azione pedagogica ed educativa orientata al rispetto dell’altro, sono state accompagnate dal saluto affettuoso rivolto ai bambini poveri del Burundi. Grande merito va ai bambini che hanno voluto partecipare con la raccolta dei fondi al fine di aiutare concretamente chi vive in condizioni di difficoltà.
Anna Accarrino (insegnante)
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| Monte Sant’Angelo, 22 Giugno 2010 |
In nome della solidarietà
Il giorno 9 giugno, si è concluso l’a.s. 2009/2010 tra l’entusiasmo generale degli alunni, che non vedevano l’ora di riporre finalmente lo zainetto e i tanti ricordi scolastici.
Gli alunni della IV D della Scuola Primaria “Giovanni Tancredi” di Monte Sant’Angelo, insieme ai genitori, hanno desiderato festeggiare la loro Prima Comunione ricordando i bambini più sfortunati, attraverso un atto di solidarietà.
In particolare le insegnanti Eleonora Cavallini, Caterina Notarangelo, Grazia Granatiero e Concetta Ciuffreda, insieme al preside prof. Luca Fidanza, condividendo pienamente la finalità del progetto, hanno rinunciato al cosiddetto “Regalo-Bomboniera”, per destinare la somma a favore dei bambini poveri del Burundi.
Com’è noto, Help senza confini da anni sta sostenendo 400 bambini burundesi che, grazie alla sensibilità di tanti loro coetanei, possono sperare in un futuro migliore e avere a disposizione medicine, cibo, vestiti e materiale didattico.
Ancora una volta dalla SCUOLA ci viene impartita una grande lezione di vita dal tema: “La condivisione fraterna”.
Le insegnanti
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| 7 Giugno 2010 |
Alcuni proverbi africani…
Se volete salvare delle conoscenze e farle viaggiare attraverso il tempo, affidatele ai bambini.
Se guardi tuo figlio, vedrai le sue domande prima di udirle.
Le sementi migliori e i campi più cari sono i nostri figli.
Ti credi un elefante ma la savana è molto più grande di te.
Quando muore un anziano, muore una biblioteca.
Non si può pettinare qualcuno in sua assenza, nessuno può sostituirsi a me se io non lo lascio fare.
Se vuoi arrivare prima, cammina da solo. Se vuoi arrivare lontano, cammina insieme.
Ogni cosa che cresce lentamente mette radici profonde.
Meglio donare poco che promettere molto.
La casa dell’amico non è mai lontana.
Vede più lontano un vecchio seduto che un giovane in piedi.
Mettiti in cammino anche se l’ora non ti piace. Quando arriverai, l’ora sarà più gradita.
Le mani aperte vanno più lontano delle gambe.
Un vitello non dimentica sua madre neppure nel buio.
Non potete nascondere il fumo della capanna che avete incendiato.
I proverbi sono scelti da Nepo Bigirimana
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| 7 Giugno 2010 |
L’Africa degli africani: un eden perduto?
Evocando la storia, soprattutto dopo la conquista e la colonizzazione, molti africani si chiedono come sarebbe stato il loro destino senza l’irruzione violenta degli altri. E’ possibile fare congetture e tentare di delineare scenari futuri? Purtroppo per gli amatori del genere, la storia non si fa con le ipotesi. Essa si basa sui fatti. E i fatti dicono che l’Africa ha subìto, in cinque secoli di incontro-scontro con l’Europa, sia la schiavitù sia la colonizzazione, mentre proseguono nel presente le strategie neocoloniali che mantengono i Paesi africani formalmente indipendenti, in uno stato di sovranità limitata. La storia è maestra di vita solo per chi la sa ascoltare. L’Africa di oggi dovrebbe affinare i suoi strumenti di lettura della storia non per attribuire in blocco tutte le cause dei sui mali agli europei colonizzatori, ma per identificare i punti strutturali di fragilità e di debolezza che da quell’esperienza derivano. Non è possibile fare la storia con le ipotesi, ma potrebbe risultare di una certa importanza capire quale era la condizione del continente prima di quello che Joseph Ki-Zerbo, lo storico più prestigioso del continente, chiama “ i secoli degli altri”, quelli che hanno segnato la vita sociale ed economica in modo duraturo. Compiere questo inventario non significa affatto idealizzare il passato. Non c’è per l’Africa e per qualunque altro continente un eden perduto dove tutto era perfetto e armonico. Anche la storia africana avrà avuto i suoi punti di vulnerabilità: una natura particolarmente ostile (foresta, deserti, climi torridi…); una popolazione distribuita in modo dispersivo su territori vastissimi; la difficoltà di praticare l’agricoltura intensiva su larga scala; l’assenza di cultura pastorizia su grandi estensioni del territorio africano; la mancanza di una politica di espansione in grado di creare spazi politici e geopolitici allargati e coesi…ecc. Il passato dell’Africa, anche dal punto di vista socio-economico, non era il paradiso in terra. Tuttavia Joseph Ki-Zerbo afferma che “l’Africa si è evoluta come tutti gli altri popoli del mondo, in maniera progressiva, dalle prime comunità umane dell’antichità egizia fino al XVI secolo, attraverso raggruppamenti territoriali posti sotto l’autorità di un capo tradizionale, dei regni, degli imperi sempre più importanti, e questo malgrado il Sahara, che occupa un terzo del territorio africano. Le disquisizioni sulla a-storicità dell’Africa hanno impedito di conoscere a fondo il ruolo da protagonista giocato dal continente non solo nel paleolitico e nel neolitico, ma anche nei millenni successivi attraverso i contatti con l’Africa del Nord e attraverso di essa con l’Europa; e tramite i molteplici scambi con la penisola arabica e la costa dell’Oceano indiano. Dal punto di vista dell’economia, l’Africa ha contribuito notevolmente allo sviluppo del commercio e dei saperi. Senza scomodare gli studi di Cheick Anta Diop che affermano l’anteriorità delle civiltà negro-africane su quelle egizie, greche e romane, e la derivazione negro-africana su quelle nilotiche e della più prestigiosa di loro, quella egizia, si può affermare con certezza che l’Africa è stata al centro, come ogni altro continente, di quell’osmosi delle conoscenze e delle realizzazioni che hanno edificato le più grandi civiltà umane. Secondo Joseph Ki-Zerbo, “ la linea di sviluppo dell’Africa è certamente irregolare, ma sempre in ascesa. L’Africa ha conosciuto alti e bassi, epoche più o meno felici, scossoni e soprassalti, ma è costantemente avanzata, al pari di ogni altro continente. Tra il VII e il XVI secolo, l’Africa conosce i dieci secoli che alcuni storici non esitano a chiamare l’età dell’oro del continente. Era il periodo in cui l’oro del Sudan ( “Bilad es sudan, il paese dei neri, in arabo, era soprattutto il paese o il continente dell’oro”). Il metallo giallo proveniente dall’Africa ha giocato un ruolo di primo piano nell’economia medievale europea. Epicentro di questo periodo d’oro erano la lunga successione di regni lungo la valle del Niger (Mali, Gao, Benin…) e prima quello del Ghana e altri piccoli; mentre nella parte meridionale del continente era prospero e ben strutturato il regno del Kongo che intratteneva rapporti diplomatici alla pari con il Portogallo. Oltre che grandi centro commerciali ed economici, questi regni erano punti di riferimenti culturali. Molti studiosi arabi ed europei si recavano a Timbuctù, che già nel XV secolo era una città di 150.000 abitanti quando Londra ne contava 120.000. Sempre Ki-Zerbo racconta che “Leone l’Africano, che ha attraversato diversi paesi africani, narra sul mercato di Gao e Timbuctù, la merce più venduta erano i libri. Non si potrebbe fare miglior elogio di una cultura e di una civiltà. L’idea di un’ “Africa Felix” perfetta e incontaminata prima dell’arrivo del colonizzatore è inconsistente e anti-storica quanto quella di un’ “Africa tabula rasa” dei negazionisti della storia africana. La conclusione degli storici è, tuttavia, quella di un percorso africano non dissimile da quello di altre aree del mondo, anche se nessuno potrà dire, con cognizione di causa, che evoluzione avrebbe avuto. Qualunque fosse stata quella evoluzione, anche in campo economico, avrebbe avuto l’indubbio vantaggio di essere la sua evoluzione, ossia ulteriori sviluppi di processi endogeni cresciuti o modificati con apporti esterni dosati, assimilati ma soprattutto negoziati. Riferendosi al passato precoloniale del continente Ki-Zerbo dice: “ A quel tempo gli africani erano certamente fieri della loro civiltà e si sentivano perfettamente a loro agio nella loro cultura. Penso che allora in Africa la vita avesse un buon livello qualitativo e che l’organizzazione politica e sociale fosse pienamente soddisfacente. L’Africa sub-sahariana era certamente ben strutturata e, cosa più importante, era strutturata in modo endogeno. Quest’evoluzione positiva e questo sviluppo ascensionale appaiono chiaramente nel periodo che va dal regno del Ghana all’impero di Gao”.
Jean Léonard Touadi
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| 31 Ottobre 2009 |
“Vuoi giocare con me?”.
Costruire ecogiocattoli: un esempio di laboratorio interculturale
“Prendi un cespo di banane, pestalo con una pietra: ecco la nostra bambola…
Ora raccogli da terra stracci e carte, infilali in una busta di plastica, chiudila con un pezzo di spago o uno di stoffa: ecco la nostra palla….
Ora, vuoi giocare con me?”
In Africa si vedono bambini e bambine costruire con le proprie mani, con materiale di recupero e naturale, giocattoli come questi. I loro camioncini sono fatti di pezzi di latta, legno e tappi, riciclati e variamente riadattati. Ciò che è vecchio, tra le loro mani, assume la forma di ciò che i loro occhi vedono.
Per ogni bambino, di qualsiasi parte del mondo, il gioco rappresenta una dimensione fondamentale che lo pone all’interno di una pluralità di esperienze che richiedono e sollecitano capacità decisionali, progettuali e che rimandano, inevitabilmente, a specifici modelli culturali di comunicazione.
Giocando, infatti, il bambino scopre il mondo, entra in relazione con il proprio ambiente, con i suoi oggetti e con le persone che lo abitano.
Dunque, poiché il gioco non ha solo una funzione di autoconoscenza, bensì anche di legame con gli altri e di interconnessione con il mondo nel suo significato più ampio, il bambino, proprio attraverso esso, può vivere un intimo senso di appartenenza globale ad un insieme più vasto. Infatti, nel gioco e con il gioco, i bambini mettono in rilievo i tratti distintivi dell’ambiente in cui vivono, delle tradizioni con cui si confrontano quotidianamente e delle condizioni socio-economiche di cui dispongono.
Questa riflessione suggerisce l’importanza e l’occasione, per ciascun educatore ed insegnante, di interpretare ed adoperare il gioco come strumento specifico di comunicazione in una dimensione interculturale, poiché il bambino che gioca è essenzialmente un bambino che comunica.
Educare precocemente alla conoscenza di realtà molto diverse dalla nostra implica un’adeguata e cosciente scelta di strumenti da parte degli insegnanti. Bambini e bambine che appartengono a realtà drammatiche, come quella burundese, rischiano, infatti, di rimanere in una dimensione molto appariscente, circoscritta a un mero “sensazionalismo”. La vera conoscenza, al contrario, può compiersi al di là della spettacolarizzazione del dramma e della sofferenza, abbandonando le immagini stereotipate a cui i nostri bambini occidentali sono, spesso, giornalmente e passivamente sottoposti.
La costruzione cooperativa di giocattoli con questi materiali si configura come possibile percorso laboratoriale in grado di stimolare la creatività dei bambini, facendone emergere saperi, abilità e competenze differenti e di favorisce la crescita di una cultura della sobrietà e della solidarietà internazionale. La progettazione di simili attività didattiche, inoltre, permette al bambino di apprendere giocando, di non perdere la memoria di giochi e giocattoli di tanti anni fa, non molto differenti da quelli attualmente adoperati in Burundi, di imparare ad ascoltare e a comunicare. In Africa, infatti, i bambini si tramandano ancora saperi, creatività e fantasia, mentre la nostra infanzia si trova spesso in difficoltà rispetto all’uso dell’ ingegno e dell’ immaginazione, a causa delle caratteristiche stesse dei giocattoli per loro acquistati. Il consumismo sta privando i nostri bambini, spesso figli di una società adulta assopita, acritica ed inconsapevole, della capacità stessa di giocare, di divertirsi, di usufruire di una delle caratteristiche più preziose dell’infanzia stessa: la fantasia.
I giocattoli costruiti con materiale povero, i cosiddetti “ecogiocattoli”, costituiscono, anche un invito chiaro al rispetto dell'ambiente, ad un miglior utilizzo delle risorse, educando i bambini ad evitare sprechi e consumi spesso inutili, oltre che nocivi.
L’insegnante e l’educatore possono così proporre itinerari di educazione alla mondialità, percorsi innovativi, in cui i giochi cooperativi /interculturali, piuttosto che come evento occasionale e di puro divertimento, vengano vissuti ed agiti con una finalità decisamente pedagogica: educare all'incontro con l'altro.
A livello metodologico-didattico, dunque, il gioco viene ad assumere, in questa direzione, la duplice valenza di contenuto e di metodo, in quanto il bambino apprende attraverso l’attività ludica stessa, rivelandosi un’ efficace chiave d’accesso alla dimensione pedagogica dell’incontro e all’educazione precoce in direzione interculturale.
Dolores Prencipe - Docente
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| 24 Agosto 2009 |
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Merci padron
Sono stato molte volte in Africa per missioni umanitarie e altrettanti sono stati casi in cui, offrendo qualcosa ai bambini per strada ho sentito dire : merci padron. Ogni volta è stato come ricevere un pugno nello stomaco, illudendomi che le cose erano cambiate e che non vi erano più persone proprietarie di altre. Mi ero illuso che la schiavitù fosse solamente una terribile e vergognosa parentesi della storia dell’umanità, e, invece,la schiavitù è purtroppo una realtà attuale.
Grazie padrone! Sono le parole pronunciate da alcuni bambini ai quali ho donato qualche moneta. Come fossi veramente io il loro padrone e come se quelle poche monete autorizzassero loro a considerarsi miei servi. Sentirsi dire merci padron significa in qualche modo dover ammettere che esiste ancora la cultura della subalternità della persona rispetto ad un’altra persona. Nessuno può sentirsi padrone di un altro. Si è proprietari di cose, di oggetti e non di uomini. Nessuno ha il dovere di dire merci padron, neanche nella peggiore condizione in cui si crede di aver perso, anche per un attimo, la dignità e la condizione di essere umano nel suo significato più nobile.
Nonostante non si vedano più le catene nelle caviglie e nei polsi delle persone, esistono le catene invisibili, sono quelle più pericolose, perchè rendono gli uomini e le donne ridotte in schiavitù e private della libertà e dei principali diritti cui si ha diritto. Sono più pericolose, in quanto illudono sull’esistenza di un mondo e di una condizione umana apparentemente fondata sulla giustizia e sull’uguaglianza. Merci padron, sono le parole più volte pronunciate dai bambini con il sorriso stampato sul volto.
Dire solamente grazie, per questi bambini, significa essere irriverenti, non riconoscenti, non sufficientemente grati verso un gesto di altruismo. Allora bisogna “esagerare”, sentendosi ancorati a quella tradizione che ha visto i “negri” per troppo tempo sfruttati e maltrattati dai padroni bianchi. Bisogna dire merci padron per essere orgogliosi di essere discendenti di uomini e donne che hanno dovuto prestare, loro malgrado, le proprie braccia ma non il loro cuore.
Perché il loro cuore mai è stato strappato, perché al cuor non si comanda. La schiavitù di oggi è un fenomeno che riguarda tutto il pianeta e non solo i Paesi del Terzo Mondo, perché la globalizzazione è anche questo, la brutalizzazione delle condizioni dell’uomo e l’affermazione di nuovi modelli socio-economici, che considerano le persone come merci. Secondo alcune stime, sono circa 27 milioni, le persone ridotte in schiavitù, la maggior parte sono bambini, i quali lavorano per strada, spaccano le rocce per produrre sabbia, producono mattoni stando per oltre dodici ore al giorno in mezzo al fango per impastare e realizzare mattoni.
Sono questi i nuovi schiavi, coloro che stanno giorni e notti in miniera, vendono oggetti, tagliano le foreste, sono costretti a prostituirsi. I nuovi schiavi non lavorano nelle scuole, nei teatri o in TV. Non hanno più le catene ma indossano gli stracci, hanno le mani coperte di ferite, hanno lo sguardo perso nel vuoto, dimostrano di avere vent’anni in più rispetto all’età reale. “Nulla è più scandaloso quanto gli stracci e nessun crimine è vergognoso quanto la povertà”, sono queste parole di George Farquahar a rendere bene l’idea sul significato della povertà e della miseria dell’uomo. Io ne ho viste tante di persone con gli stracci addosso e con le mani tese per chiedere e ricevere qualcosa per sopravvivere. Le ho incontrate a tutte le ore, di giorno e di notte, soprattutto bambini, in balìa di un mondo cinico e indifferente. Dei nuovi schiavi si parla solo in qualche caso, ogni tanto si legge un articolo sul giornale o si ascolta una notizia appena percettibile nel telegiornale.
Eppure ci sono, gli schiavi esistono e sono molti di più di quelli di qualche secolo fa. Sono i poveri, coloro che hanno fame, non hanno una casa, non possono andare a scuola e non sanno leggere. La povertà attuale, non è quella che si descrive, è quella che si vede e che in molti casi si fa finta di non vedere. Vorrei concludere queste mie brevi considerazioni con le eloquenti parole di Salvador Diaz Miròn, il quale scrive: “Sappiatelo, sovrani e vassalli, eminenze e mendicanti, nessuno avrà diritto al superfluo, finchè uno solo mancherà del necessario”.
Francesco Barone |
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| 29 Aprile 2009 |
Da dove cominciare e, soprattutto, che cosa dire?
Non è affatto semplice oggi parlare di quanto visto e vissuto come volontaria in Burundi nella missione di Aprile 2009.
Probabilmente prima della partenza avrei scritto pagine e pagine sull’argomento, ma oggi no. Oggi non trovo le parole…non ne esistono di adeguate.
C’è in questo momento solo un rifiuto nel dover rispondere alle domande di amici e conoscenti circa questa esperienza, probabilmente dovuto alla assoluta convinzione che chi non ha provato sulla propria pelle certe cose, non può capirle fino in fondo.
Come si fa a parlare di realtà che gli occhi non avrebbero mai voluto vedere e conoscere e che sono le più difficili da narrare?
Le parole rimpiccioliscono emozioni che finché sono dentro di noi sembrano sconfinate, data l’intensità con la quale sono state vissute.
Al ritorno in Italia, molti “ti guardano in modo strano” mentre racconti, probabilmente perché hanno difficoltà a comprendere ciò che stai dicendo. Forse hanno difficoltà, anche nel comprendere il perché delle lacrime che non riesci a trattenere mentre parli.
Si parte per l’Africa non pronti, soprattutto rispetto alle emozioni forti che si vivono nel vedere le disperate condizioni in cui si trovano migliaia di persone. Si possono ascoltare tutte le testimonianze e i racconti di questo mondo, niente ti prepara veramente alla realtà che dovrai affrontare. La nostra mente non riesce a elaborare e gestire facilmente la sofferenza, la povertà, le contraddizioni che si riscontrano durante i giorni di permanenza in Africa.
Dopo mezz’ora dall’arrivo all’aeroporto di Bujumbura ho cominciato a chiedermi :”Dio dov’è?”
La risposta è arrivata…lentamente…attraverso le persone che lì ho incontrato e nei modi che non mi aspettavo.
Ho imparato in Africa il vero significato delle parole “amore”, “accoglienza”, “condivisione”, “disponibilità”, “coraggio”, “dignità”…delle quali ci riempiamo spesso la bocca.
Ho conosciuto, attraverso la voce di Gorette e di Nepo, un popolo capace di comprendere e condividere la sofferenza per le disgrazie di chi recentemente aveva subito il terremoto e perso tutto. Un po’ come il popolo burundese che dopo “una vita fatta di sole e di miele” , improvvisamente si trova a fronteggiare le avversità della vita. Una condivisione non caratterizzata da frasi di circostanza, ma da gesti, sguardi e voci commosse che rivelano una partecipazione vera.
Mi sono sentita piccola piccola, davanti ai bambini di St. Kizito che, seduti davanti al loro pranzo, una ciotola di riso e fagioli, non hanno esitato ad invitare noi affinché condividessimo con loro il pasto.
Il cuore si è riempito di gioia ogni volta che, vedendoci arrivare, i bambini ci hanno accolti festosi e, anche sotto la pioggia battente come mai prima d’allora avevo visto, hanno atteso che scendessimo dalla jeep per abbracciarci ed avere in cambio una carezza e un bacio.
E che dire degli orfani di Gitega? Basta guardarli solo pochi minuti per innamorarsi di ciascuno di loro e di quegli occhi che ti entrano profondamente nel cuore. Li porteresti tutti con te. E’ una vera sofferenza guardarli salutare con le loro manine mentre la jeep si allontana. In quel momento ti scoppia il cuore.
Attraverso le piccole cose ho conosciuto la vera gioia e la serenità che si provano nel dare, senza ricevere nulla in cambio.
Ho imparato da Francesco Barone e da Nepo Bigirimana, il coraggio di mettere se stessi, la propria vita, le proprie esigenze al secondo posto e, comunque, operare sempre al servizio di chi è meno fortunato.
Ho conosciuto soprattutto quanto rumore possa fare il silenzio…che se lo si sa ascoltare ed interpretare, dice più di centomila parole.
Dall’ Africa si ritorna cambiati, arricchiti, perché il vero viaggio che si compie non è quello da Roma a Bujumbura ma quello da sé a sé, un viaggio interiore che riguarda il modo di approcciare alle cose, i nostri valori e le relazioni con gli altri, tutti gli altri. Il Burundi non è poi così lontano.
Consumiamo gran parte del nostro preziosissimo tempo a soffermarci sulle apparenze a discapito della valorizzazione dell’essere e del modo di essere. Troppo spesso dimentichiamo che a “contare” sono le persone e non le cose.
Grazie alla missione in Burundi, in me si è accresciuta la convinzione che le parole cuore, silenzio, accoglienza, integrazione, fare, sono le parole per avvicinarsi e conoscere veramente l’ “altro”.
E’ stato veramente bello ed emozionante vivere giorni indimenticabili con la mia cara maestra Africa.
Natascia Pietrangeli - Insegnante
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| 28 Marzo 2009 |
Quando tre anni fa mi parlarono del Progetto “Burundi children” dell’ Associazione Help senza confini, non nascondo di aver pensato: ma l’Africa non è anche qui? Con il tempo ho capito che tale considerazione, forse scaturiva dal desiderio di tranquillizzare la mia coscienza. Infatti, anch’io precedentemente mi ero attivata con lo scopo di aiutare gli altri. Poi, partecipando alle diverse iniziative e conoscendo più da vicino gli interventi effettuati dai volontari che si mettono in gioco in prima persona, ho avvertito qualcosa di speciale. Ho capito quanto fosse necessario passare dalle parole ai fatti. Ho compreso che in quella domanda non c’era la necessità di tranquillizzare la coscienza, tutt’altro, emergeva il desiderio di essere parte attiva del progetto. Da allora ho seguito con attenzione le iniziative, mi sono appassionata e ho conosciuto un mondo lontano che ogni giorno si avvicina sempre di più. Ho conosciuto grazie ai loro racconti le sofferenze di centinaia di bambini poveri. A loro frequentemente rivolgo il mio pensiero. Ho voluto scrivere queste poche righe con l’intento principale di ringraziare tutti/e coloro che partono periodicamente per il Burundi con lo scopo di aiutare i bambini che vivono in condizioni di sofferenza. Chissà! Forse un giorno sarò io stessa a raccontare le esperienze burundesi e a illustrare le foto riguardanti i progressi dei bambini. Certa di essere lì con il cuore, voglio dire a voi tutti di esservi vicina. Grazie!!!
Laura Miscelli
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05 Gennaio 2009
La scuola a colori
Gli occhi di un fanciullo, bianco, nero, giallo che sia, hanno sempre pupille ridenti. Vivere la propria vita è il diritto di ogni uomo, anche e soprattutto nella sua età più tenera.
Chi, allora, meglio della scuola può e deve dar ragione a che ciò si verifichi?
Noi, come società, siamo ciò che conquistiamo; nell’età moderna c’è la riduzione del potere della famiglia, delle razze, del luogo, della parentela. L’attore si aspetta o meno una gratificazione emotiva dal rapporto, ma senza affettività vengono ancor meno i pareri. Una società, la nostra, del quotidiano, ha un contegno che non lascia trasparire le emozioni. Il particolarismo prevale sull’universalismo. La famiglia, in molti casi, educa al particolarismo, per la propria madre il figlio è unico. Dall’altra, riposa sulla convinzione che l’azione è indipendente dalla particolarità, valida per tutti.
Secondo Parsons, allora, è la scuola che deve valutare le differenze, ma non su base biologica. Già dai primi anni della scuola dell’infanzia ed in quelli postumi della scuola primaria, i contenuti cognitivi e quelli morali vanno insieme; il bambino, inteso in senso generico e non perché figlio di qualcuno piuttosto che di un altro, non per la sua cultura né per il suo paese d’origine, è buono e bravo allo stesso modo. Così, la scuola, ha il compito di mediare tra individuo, famiglia e società, favorendo il processo di “de-tribalizzazione” e garantendo un cammino interculturale capace di far coesistere, in una universalità di diritti, le diversità, ma solo come sinonimo di originalità utili all’incremento della cultura per la società presente e del domani. Non occorre uno sforzo eccessivo per far sì che le componenti genitore, alunno, scuola, possano incontrarsi e interagire tra loro. L’occasione, quella di una festività, il Natale, può essere uno degli elementi cardini. L’organizzazione di una festa a scuola, alla quale partecipano tutte le figure interessate, dirigente, insegnanti, collaboratori, genitori e alunni, rappresenta un ulteriore momento di valorizzazione di culture, tradizioni, e, nel contempo consente il riconoscimento di idee universali.
L’organizzazione della festa, in questo caso, permette di fare emergere un mondo a colori, una scuola a colori, fatta di persone autentiche e accomunate da uno stesso fine: stare insieme per il bene comune.
Nicola di lanni - Docente |
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05 Gennaio 2009
IO LA IMMAGINO COSI'
Ho sentito spesso parlare di Africa e solo quando ho ascoltato le parole del Prof. Francesco Barone, ho avvertito un’emozione che mi ha spinta a dare la mia disponibilità al fine di sostenere i bambini africani che vivono in completo silenzio la loro disperata condizione.
Associare all’Africa il concetto di povertà, rappresenta nel pensiero comune, un fatto assolutamente scontato, e, contemporaneamente, tutto ciò ha portato prima a generalizzare e poi a sottovalutare una situazione molto drammatica che coinvolge milioni di persone.
Ho immaginato l’Africa attraverso i racconti di Francesco Barone. Le sue parole, unite a quelle dei volontari che insieme a lui hanno condiviso le diverse missioni, mi hanno permesso di immaginare una terra meravigliosa e affascinante. Ho imparato a conoscere l’Africa dai loro racconti, dalle testimonianze di Nepo e guardando le foto che ritraevano i visi, le speranze, le attese di tanti bambini.
Ho immaginato una terra “grande”, capace di accogliere e di affascinare, una terra capace di trasformazioni piccole ma certamente importanti.
Ho immaginato una terra “ricca” di cose che noi non abbiamo e che invece siamo convinti di avere.
L’ho immaginata così, presto la conoscerò.
Sono certa che solo quando vivrò direttamente l'esperienza africana, riuscirò a comprendere come l’Africa è realmente.
Molti dei volontari ritengono che raccontare l’Africa non sia semplice, credo che ciò sia dovuto soprattutto al fatto di non trovare facilmente parole adeguate, per esprimere quanto osservato e vissuto.
…"I bambini muoiono di fame": sembra una frase fatta, una di quelle che suonano nella mente quando a volte, consapevoli dei nostri sprechi e presi dai sensi di colpa, la ripetiamo anche ai nostri bambini.
È davvero difficile credere che nel terzo millennio si muoia ancora di fame, ed è altrettanto sconvolgente pensare che l’uomo non avverta la necessità di intervenire, al fine di garantire una vita più dignitosa a milioni di bambini, i quali, vivono quotidianamente in condizioni di totale povertà ed emarginazione.
Intendo partire per il Burundi nella prossima missione di Aprile 2009, perché ritengo doveroso dare il mio contributo.
So che c'è bisogno di cibo, vestiti, medicinali e materiale didattico, ma ritengo che ai bambini non debbano mancare i sorrisi e le tenerezze necessarie alla loro crescita.
Intendo partire, inoltre, perché lavorando tutti i giorni a contatto con i bambini diversamente abili, potrò meglio comprendere il significato delle "diversità" e il valore dell’educazione interculturale.
Ho provato a cercare un motivo per non partire e non l'ho trovato. Giorno dopo giorno cresce in me la voglia di vivere questa esperienza. Desidero conoscere l'Africa e desidero scoprirla attraverso la relazione “sul campo” con i bambini.
Alessia Mancinelli - Insegnante
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18 Ottobre 2008
CONVEGNO : I VOLTI DELL’ AFRICA
Avezzano 18 ottobre 2008
Sintesi della relazione del prof. Francesco Barone
Ho visto bambini orfani girare per le strade, per le campagne, soli, emarginati, abbandonati.
Ho visto madri con i propri figli legati sulla schiena mentre lavoravano la terra.
Ho visto adulti che voltavano le spalle ai bambini mentre i bambini chiedevano qualcosa da mangiare.
Ho visto il lago Tanganica, le colline lussureggianti, i bananeti, i mercati.
Ho visto correre una bambina di sette anni con una sola gamba, correre con la stessa intensità di chi ne ha due.
Ho visto bambini poggiare i propri visi sui finestrini della macchina dove mi trovavo.
Ho visto l’aggressione da parte di decine di profughi mentre consegnavamo il pane.
Ho visto le mani di chi chiede sempre più in basso delle mani di chi da.
Ho visto piangere i volontari e le volontarie.
Ho visto il viso di un adolescente steso a terra mentre moriva di fame.
Ho visto le capanne molto povere, il fuoco per cucinare, ho visto un tempo remoto.
Ho visto le persone ballare per noi, le danze di accoglienza e di ringraziamento.
Ho sentito il lamento di tante persone.
Ho sentito i colpi di mitra in lontananza.
Ho sentito i racconti di Nepo, di Gorette e di tante altre persone.
Ho sentito la musica e i ritmi africani. Ho sentito i tamburi.
Ho sentito il battito cardiaco della terra africana.
Ho sentito il silenzio assordante della sofferenza.
Ho sentito il silenzio assordante dell’indifferenza
Ho sentito i canti dei bambini.
Ho sentito chiedere: tornate presto.
Ho sentito sulla pelle l’acqua calda del lago Tanganica
Ho respirato l’aria africana, all’alba e al tramonto
Ho resistito all’odore nauseante in alcuni villaggi e in alcuni posti del mercato all’aperto
Ho odorato il profumo delle spezie
Ho respirato l’odore della terra bagnata dopo un temporale.
…Si è sempre più soli davanti ad un’umanità che sente il bisogno di collettività, di solidarietà, di integrazione e di rispetto, e invece, si sceglie la strada del successo e dell’arrivismo.
Si è soli davanti all’incessante egoismo. L’Io prevale sempre sul Noi.
Il Noi, che è solo un insieme fisico di persone e non un insieme etico e solidale di persone.
Non c’è più posto per l’altro. Non c’è voglia di pensare all’altro. Io sto bene e allora il problema dell’altro non è mio.
Sarebbe opportuno, invece, interrogarsi su chi sia l’altro-da-noi, soprattutto in un mondo che cambia velocemente e che esige una convivenza capace di rispettare e di contenere differenze e specificità.
E intanto, mentre tanti parlano e impartiscono lezioni, milioni di bambini muoiono di fame, di sete, di malaria e di aids.
Tante volte ho sentito dire: bisogna insegnare ai bambini a pescare invece di dare loro il cibo. Si può forse ritenere che i bambini che muoiono di fame, siano colpevoli di non aver imparato a pescare? A tre, quattro o cinque anni, quali colpe hanno i bambini? Hanno forse la colpa di far parte di una società che gli adulti l’hanno pensata e fondata sull’egoismo e sull’apparire? Hanno anche la colpa di essere orfani? Hanno la colpa di essere maltrattati e abbandonati? Le colpe non sono mai dei bambini, sono delle persone adulte, le quali, di fronte alla miseria e alla sofferenza, girano la testa dall’altra parte, facendo finta di niente. Le colpe sono di quelle persone che invece di provvedere ad estrarre e distribuire l’acqua per dissetare le persone, vanno a cercarla sulla Luna o su Marte, non si sa bene per farne cosa. Le colpe sono di quelle persone che costruiscono le armi per poi porre falsamente il divieto di usarle o di usarle solo in certi casi. Le colpe sono delle persone che arruolano i bambini per farli diventare bambini soldato. Chi è stato in Africa comprende bene che si può fare tanto. Comprende bene che è necessario impegnarsi per salvare la vita dei bambini.
In questi ultimi dieci anni anche io sono stato adottato. Sono stato adottato da una bambina di nome Africa. Una bambina molto grande che mi ha proposto: perché non ci aiutiamo a vicenda? Io che sono lunga e larga migliaia di chilometri provo a diventare piccola e comprensibile. Tu che invece eri piccolo e incomprensibile, forse per lo studio e le analisi scientifiche troppo complesse, proverai a diventare grande e finalmente anche tu diventerai comprensibile. Però in cambio devi fare il possibile per aiutare i miei fratelli e le mie sorelle. Solo in questo caso, mi prenderò cura di te e ti accoglierò tutte le volte che vorrai venire a trovarmi. Ti farò assistere alle danze, ti farò ascoltare i nostri canti, ti insegnerò la nostra cultura, ti farò osservare le bellezze dei nostri paesaggi e poi ti racconterò cosa mi è accaduto in passato. Ti racconterò i fatti così come sono, senza falsità, distorsioni o compromessi. Ricorda, io sono Africa, di me potrai fidarti perché non sono un libro di storia, io sono la storia. La mia amica Africa ha un volto normale come tanti altri. Potrebbe addirittura passare inosservata, anzi tante volte passa inosservata. Ma se la incontri, ci parli e la guardi anche per poco tempo, resti imprigionato, incatenato. Non fai in tempo a lasciarla che non vedi l’ora di rivederla. A volte manifesta un sorriso sornione, ti lascia andare e pensa: tanto ci rivedremo presto.
Quando frequenti per molto tempo l’Africa comprendi molto bene anche il valore del pane. Comprendi cosa vuol dire avere fame. Lo comprendi quando vedi persone che mentre camminano iniziano a barcollare, a ondulare, cadono per terra e solo in alcuni casi si rialzano. Lo comprendi quando le persone ti guardano fissando i tuoi occhi senza parlare, perché non hanno la forza di parlare. Lo comprendi quando hanno le mani tese per lungo tempo. Lo comprendi quando sei aggredito e non pensi ad altro che uscire indenne dall’aggressione.
Lo comprendi quando non credi a ciò che vedi. I bambini hanno diritto a vivere con dignità e noi tutti abbiamo il dovere di assicurare loro questo diritto. Quando si va in Africa accade quasi sempre un miracolo, si va per aiutare e invece si torna con la consapevolezza di essere stati aiutati. Non si capisce bene come e perché. All’inizio pensi sia un mistero, poi con il tempo comprendi meglio. Ma mi sia consentito di preservare privatamente la fortuna che mi è stata concessa.
Per dare senso all’azione umanitaria, inoltre, si deve essere consapevole che l’andare in Africa è solamente un punto di partenza e non un punto di arrivo.
In tal caso l’Africa avrà senso solo se si è in anche grado di cogliere le difficoltà e i bisogni di chi si trova a un passo da noi e non a settemila chilometri di distanza. |
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6 Settembre 2008
Il Presidente di Help senza confini, Francesco Barone, risponde alle domande più ricorrenti in merito alle missioni Africa.
Presidente, perché è così forte l’impegno a favore dei bambini del Burundi? Pensi di cambiare le sorti del mondo?
Ho iniziato la mia attività umanitaria in Africa, prima in Rwanda e poi in Burundi. Il Burundi l’ho conosciuto grazie a Nepo Bigirimana, il quale ha chiesto all’Associazione Help senza confini di aiutare il suo popolo, martoriato dalla fame e dalla miseria. Ritengo che ogni persona abbia il dovere di impegnarsi al fine di restituire speranza e dignità ai bambini, alle donne e agli uomini che vivono in condizioni disumane. Non penso di poter cambiare le sorti del mondo, ne sono convinto, però, credo che salvare la vita a 400 persone sia un fatto di grande importanza sociale e dall’elevato valore umano.
Quando stringi le mani ai bambini che rischiano di morire, avverti che devi fare qualcosa. Non puoi rimanere indifferente. In quel momento ti chiedi: cosa posso fare? A chi posso rivolgermi? Da quel momento in poi, non puoi tirarti più indietro. Chiedi aiuto alle persone che conosci, sperando che loro possano estendere la richiesta ad altri amici o conoscenti. Alcuni, con le loro domande ti fanno cadere il mondo addosso, altri dimostrano indifferenza, altri ancora, per fortuna sono la maggioranza, ti rispondono: puoi contare su di me. Da quel momento ti ricarichi e vai avanti.
Cosa pensi degli scandali che hanno riguardato o riguardano alcune Organizzazioni o Associazioni umanitarie?
Penso che non siano Organizzazioni o Associazioni umanitarie.
Quali sono i punti più qualificanti della sua Associazione?
Innanzi tutto vorrei sottolineare che il punto più qualificante della “nostra” Associazione onlus Help senza confini, è che siamo un’Associazione povera. Abbiamo una certa “dimestichezza” e rapporto aritario con le persone povere che aiutiamo. Noi conosciamo i loro visi e loro conoscono i nostri. Perché noi andiamo in mezzo a loro, trascorriamo il tempo con loro e intendiamo renderci conto realmente delle loro esigenze. I fondi raccolti vengono consegnati da noi personalmente e non per conto terzi.
Intendiamo verificare da vicino le diverse fasi progettuali, soprattutto per rispetto nei confronti di chi ci esprime fiducia. Un altro punto qualificante, è determinato dal fatto che con la nostra semplicità e umiltà, riusciamo a coinvolgere tante persone che ci sostengono. Altro punto qualificante, è l’elevato numero di volontari che ogni anno desiderano recarsi in Africa, a proprie spese, rischiando la propria vita e con un solo obiettivo: fare il possibile per aiutare i bambini e tirarli fuori dal degrado e dalla miseria. Grazie a questi volontari ci stiamo riuscendo.
Quali sono i vostri interventi?
In Burundi stiamo sostenendo l’Istituto Saint Kizito presente nella capitale Bujumbura. L’Istituto ospita bambini e ragazzi diversamente abili. Sosteniamo l’Associazione del posto Hope club che si occupa di circa duecento bambini. A questi bambini viene dato il cibo, si assicura loro l’istruzione e le cure mediche in caso di bisogno. Proprio durante l’ultima missione di agosto 2008, unitamente all’Associazione Hope club, abbiamo avviato una forte campagna di sensibilizzazione per contrastare il virus HIV. A Gitega, invece, sosteniamo un orfanotrofio che ospita bambini di età variabile dai 0 anni fino agli 8/9 anni. In questo caso abbiamo avviato un proficuo rapporto di collaborazione con Don Leonardo responsabile dell’orfanotrofio.
Quali sono le principali difficoltà che incontrate durante le missioni?
Le difficoltà sono tante. Soprattutto vedere le condizioni in cui vivono milioni di bambini. Quando si è sul posto, si fa fatica a credere ai propri occhi. Bambini denutriti, maltrattati, abbandonati, con lo sguardo verso il vuoto, bambini con le mani e i piedi nell’acqua sporca, a volte con tutto il corpo.
Bambini che vagano di notte, da soli senza nessuno che li aspetta o che li protegga. Bambini che non mangiano da giorni e sperano nel miracolo del giorno. Trovare una persona disposta a dare loro un pezzo di pane. Intendo sottolinearlo, “UN PEZZO DI PANE”. Ciò che da noi è superfluo, per loro rappresenta una possibilità di salvezza.
E poi le madri, le madri con i piccoli legati sulla schiena, percorrono diversi chilometri al giorno per trovare da mangiare. Sono situazioni inenarrabili. Difficile da spiegare se non si vivono direttamente. Inoltre c’è la paura che possa accadere qualcosa di pericoloso da un momento all’altro. E’ importante ricordare che il Burundi è tra i Paesi più poveri del mondo, forse il più povero. Ritengo, tuttavia, che il superamento del trauma psicologico conseguente all’esperienza vissuta, rappresenti una delle principali difficoltà.
E’ ottimista per il futuro di questi bambini?
Sono soprattutto realista. Anzi no, sono ottimista.
Significa che nel tempo si risolverà il problema della povertà?
Significa che si deve essere necessariamente ottimisti per continuare a credere negli interventi avviati e che si intendono portare avanti.
Ha un consiglio da dare ai potenti della Terra per risolvere tali problemi?
No. Non ho consigli da dare.
Perché?
C’è un proverbio africano che recita: “Quando si è in presenza di una capra, non si deve belare in vece sua”. Per quanto concerne altro: no comment.
Quali sono i suggerimenti che intende dare?
Alle persone come me, chiedo di fare il possibile per aiutare chi soffre. Credo molto nel ruolo delle scuole, nella capacità degli insegnanti di educare i bambini fin da piccoli ai valori della solidarietà, del confronto e del rispetto delle differenze. “Ambientare” i bambini in un mondo a colori, significa renderli partecipi di una relazione più completa. Ma l’educazione interculturale ha senso se parte dall’ “immediato prossimo”. L’educazione interculturale deve arricchirsi di nuovi verbi: FARE e DARE in sostituzione del verbo DIRE. Troppe parole e troppi scritti, seppur in parte utili per la comprensione dei fenomeni del Terzo Mondo, non sono risultati sufficienti a sfamare, istruire e curare milioni di bambini, donne e uomini.
Quando tornerai in Burundi?
Presto. Molto presto.
Hai qualcosa da aggiungere?
Si. Alla persona che mi hanno chiesto perché faccio tutto questo, rivolgo una domanda? Perché non provi a farlo anche tu? |
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4 Settembre 2008
Durante la missione svoltasi in Burundi dal 22 agosto al 2 settembre 2008, abbiamo assistito alla consegna dell’automobile da parte del Presidente di Help senza confini, Francesco Barone. L’auto è stata consegnata alla Presidente di Hope club, Gorette Rugandiye. Abbiamo partecipato, inoltre, alla donazione di materiale didattico, vestiti, farmaci e generi alimentari per l’Istituto “Saint Kizito” e l’orfanotrofio di Gitega. Inenarrabile lo scenario di miseria, povertà e degrado presentatosi ai nostri occhi: migliaia di bambini orfani che vagano soli per le strade infangate, migliaia di donne sfinite da una straziante e crudele quotidianità, migliaia di mani in cerca di un “pezzo” di pane, migliaia di voci in cerca di una possibile risposta…
Sempre più convinte e consapevoli del nostro operato, ringraziamo calorosamente tutti/e coloro che hanno sostenuto l’Associazione Help senza confini., con la speranza e la certezza che il loro aiuto rimanga forte e deciso. Per un’Africa, ormai stanca di troppe parole, uniamo le nostre forze e i nostri cuori per dare una speranza concreta ai bambini del Burundi.
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Rossi Valeria
Principe Dolores
Boni Elisabetta
Bonaldi Artemisia
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12 Giugno 2008
Si riporta di seguito la poesia "Sogni" scritta da Maddalena Cunto, giovane studiosa e sostenitrice di "Help senza confini".
SOGNI
Di sangue son sporchi
i sogni dei bambini della guerra,
gli occhi hanno spenti
e in bocca la terra;
i loro cuori tremano piano,
non la gioia di un giocattolo,
ma bombe in una piccola mano.
Di sangue son sporchi
i sogni dei bambini della guerra,
e scoppia come uno sparo il loro battito del cuore,
mentre sommessamente
piangono senza far rumore.
A chi importa del loro colore?
Del rosso sangue versato,
piccole menti nei loro sogni
conoscono ormai l'odore. |
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02 Giugno 2008
Recensione a:
· Francesco BARONE (a cura di), I Bambini griot. Educare attraverso le opere, i racconti e i disegni, Edizioni Interculturali, Roma, 2008, pp. 90, € 10,00.
“La libertà non verrà oggi, quest’anno o mai tramite il compromesso e la paura. Io ho gli stessi diritti di chiunque altro di camminare con le mie gambe e possedere la terra. Sono stufo di sentirmi ripetere «lascia correre, domani è un altro giorno». Non mi serve la libertà da morto. Non posso vivere del pane di domani. La libertà è un seme robusto seminato nella grande necessità. Io pure vivo qui. E voglio la libertà esattamente come te”.
Questi versi di Langston Hughes chiudono il testo I bambini griot, l’ultimo lavoro di Francesco Barone, edito dalla romana Edizioni Interculturali e il cui ricavato dalle vendite sarà totalmente devoluto ai bambini poveri del Burundi. A parlarci sono gli uomini e le donne africane, o meglio, la cultura e la letteratura degli uomini e delle donne africane. “Io pure vivo qui, e voglio la libertà, esattamente come te”: libertà dallo sfruttamento e dal bisogno, libertà dal potere, libertà di autogoverno. Barone e i suoi collaboratori sanno benissimo che – per usare le parole di Noam Chomsky – in una qualunque democrazia capitalistica perfettamente funzionante, priva di abusi di potere illegittimi, perfino la libertà è di fatto un tipo di merce: una persona ne possiede tanta quanta ne può comperare. Ed proprio questa la ragione per cui nel testo viene lasciato ampio spazio alla voce della letteratura, dei versi, delle immagini e dei proverbi del continente africano, veicoli di messaggi e valori che sfuggono totalmente alle griglie, ai modelli, alle categorie interpretative socio-politiche prodotte dalla cultura dominante in occidente e da essa imposte a tutti i cittadini del globo. La cultura africana ci appare chiaramente quale “cultura dell’interdipendenza” a tutti gli effetti, pratica di organizzazione sociale basata sulla solidarietà al posto della competizione, sulla libertà al posto dell’imposizione; cultura e pratiche di una società fatta di uomini e per gli uomini portatori di visioni del mondo e modelli totalmente antitetici a quelli imposti dalla globalizzazione e dall’imperialismo economico, di sistemi di valori e di alternative per la società e le sue forme di organizzazione in generale. Come sosteneva Petr Kropotkin, dove esiste il senso della comunità basato sul reciproco riconoscimento, la necessità di costrizione per il corretto funzionamento dell’organismo sociale sarà minimo; è dove invece che dominano l’atomismo e la diffidenza che la costrizione diviene necessaria. E dalle pagine del testo emerge con forza come l’idea di rapporti umani e la stessa concezione ecologica di società che la cultura africana vuole proporre agli uomini di tutto il mondo si fondino non su atomismo e diffidenza, bensì sull’ascolto, sul dialogo, sulla conversazione. L’ascolto è il disporsi a ricevere le ragioni dell’altro e a coglierne le radici. Il dialogo è comunicazione reciproca. La conversazione è dialogo costruttivo di spazi d’intesa comuni e di un’uguale necessità di comunicazione e convivenza. Solo in questo modo lo spazio dell’incontro si fa spazio etico/politico/culturale e si dispone a giocare in pieno il suo ruolo di modello di convivenza, di autorganizzazione civile e politica, di valore culturale sia come fine che come mezzo. Come ricorda Ironée Guilane Dioh infatti, “ogni parola, ogni essere viene a bussare alla tua porta, portandoti il suo enigma. Se sei disponibile, t’inonderà con la sua ricchezza”. La sfida che uomini e donne africane propongono è allora quella di una società diversa, di una società che non deve preoccuparsi di far necessariamente sintesi delle differenze individuali ma, al contrario, impegnarsi a garantirne il libero sviluppo, in un processo continuo e mai finito.
Di conseguenza, le forme letterarie riproposte nel testo curato da Barone appaiono emancipatrici nell’educare interculturalmente, cioè nel tentare di fare interagire gli individui con l’intento di fare prevalere la ragione sull’istinto e sul caso, ragione qui intesa come mediazione e fiducia nell’altro ed imparare ad incontrarlo. Perché l’incontro è la natura stessa dell’uomo. Ad incontrarsi non sono mai le culture, ma i portatori di quelle culture, uomini e donne con le loro speranze, i loro dubbi, le loro convinzioni e i loro progetti. È questo il senso delle righe con cui Ngugi wa Thiong’o conclude il suo romanzo Un chicco di grano:
La gente cerca di dimenticare, ma non ci riesce. Le cose non sono così semplici. Abbiamo bisogno di parlare, aprirci l’un l’altro i nostri cuori, di esaminarli e poi fare insieme progetti per il futuro che desideriamo.
L’altro è già nel vivo del soggetto. Il principio d’inclusione è originario, come per l’uccellino che – per usare la metafora di Edgar Morin – quando esce dall’uovo, segue sua madre. L’altro è una necessità interna. Il soggetto si struttura con la mediazione degli altri soggetti anche prima di conoscerli veramente. Il soggetto emerge al mondo integrandosi con l’intersoggettività. L’intersoggettività è il tessuto di esistenza della soggettività, l’ambiente di esistenza del soggetto senza il quale deperisce. La comprensione stessa non può emergere che nella relazione intersoggettiva ed è spesso immediata, quasi intuitiva. Comprensione che, nei versi di Irénée Guilane Dioh, prende il nome di saggezza:
La verità non è affatto ciò che ho.
Non è affatto ciò che hai.
Essa è ciò che unisce nella sofferenza, nella gioia.
Essa è figlia della nostra unione, nel dolore e nel piacere partoriti.
Né io né te. È io e te.
La nostra opera comune, stupore permanente.
Il suo nome è Saggezza.
A giudizio di Barone, partire dai problemi e dai bisogni essenziali dell’umanità, significa attribuire un senso alto alle parole degli autori africani che, parlando dell’uomo e all’uomo, parlano di libertà, dignità, disarmo, dialogo e pace. Affermazione che condividiamo appieno e a cui noi, studiosi di scienze storiche e sociali, aggiungiamo la seguente: la lettura e lo studio della storia e del presente del continente africano ha senso in un contesto politico, ha senso cioè perché esiste una progettualità politica che ne fonda lo stesso interesse. Ponendoci dal punto di vista della liberazione e dell’emancipazione umana in senso universale e globale, la storia degli esclusi e dei dominati ha lo stesso senso (anzi, ha molto più senso) della storia del dominatore. E se le storie dei dominati sono ancora oggi storie di umiliazione e di resistenza, la loro lettura critica acquisisce automaticamente senso nelle lotte e nei conflitti per l’emancipazione. Nei versi di Lèopold Sèdar Senghor,
… gente del sud nei cantieri, nei porti, nelle miniere, nelle officine,
segregati la sera nei borghi miserabili.
Accumulano
montagne d’oro rosso,
montagne d’oro nero:
e muoiono di fame!
Neanche la letteratura allora, come afferma Chinua Achee, può sottrarsi alla lotta, e scrivere diventa un dei molteplici modi per rivendicare istanze di uguaglianza e libertà:
La cosa peggiore che possa capitare a chiunque, è la perdita della propria dignità e del rispetto di sé. Compito dello scrittore è di aiutare a riguadagnarli, mostrando in termini di vita umana che cosa è accaduto, che cosa è stato perso.
Una tale lettura della cultura e soprattutto della storia dell’Africa implica una considerazione ed un interesse per esse sostenuto da un interesse presente: e l’interesse presente per i tutti i dominati è la liberazione da ogni dominio. Le storie delle società e delle loro culture sono a tutt’oggi terreno di scontro tra detentori del potere e dominati e, per conseguenza, la domanda alla quale la passione per esse deve rispondere non riguarda tanto il passato ma il futuro dell’umanità: sarà mai possibile un mondo diverso da questo, un mondo migliore? Affrontare la storia e il presente delle vite degli uomini e delle donne in modo critico significa riconoscervi immediatamente un territorio di lotta, dove il fine ultimo della lotta è “far saltare il continuum della storia”, raccontare cioè un’altra storia, la storia dei vinti, ma soprattutto dare a questa storia un diverso finale, un altro andamento.
La storia del capitalismo e delle sue trasformazioni, e in particolar modo la storia della decolonizzazione dell’Africa, ha portato molti a non intendere più il capitalismo come uno tra i tanti possibili modi di organizzare la produzione, lo scambio, il consumo delle risorse, ma come l’unica possibilità, come l’unico destino per la specie umana. Una storia ancora narrata dai suoi sostenitori come quella del trionfo della ragione. Eppure, la ragione storica ha proposto e propone quotidianamente in ogni latitudine alternative, e non le presenta semplicemente come alternative scartate dallo sviluppo storico, ma come possibilità negate da questo sviluppo storico. Ma dicendo che le cose sono di fatto andate e vanno così e non altrimenti, la storia accenna ad altre strade e altre possibilità. Le battaglie non sono mai del tutto perse, ciò che è stato espulso da un certo sviluppo storico attende la voce che lo nomini per tornare a vivere una seconda volta, per sovvertire le gerarchie che presentano sempre il vincitore come colui che ha ragione, per restituirlo alla sua dimensione politica e farlo divenire patrimonio collettivo dell’umanità.
L’invito che emerge dalla lettura del testo di Barone è quello di studiare la storia e soprattutto il presente delle società africane per contestare lo sviluppo storico così come si è evoluto, per pensare e praticare un altro possibile paradigma di sviluppo e di convivenza umana; e questo significa scegliere di partire realmente dall’altro, dove l’altro è l’escluso e il dimenticato, colui o colei che non è mai stato e continua a non essere oggetto di storia. Cercare nelle storie dei dominati le ragioni della sofferenza umana significa immediatamente mostrare che non c’è carattere di necessità in quelle sofferenze e, dunque, che “non deve essere mai più così”. Ma ciò vuol dire anche che la storia vera del genere umano non è ancora stata scritta. Contestare allora il verso della storia così come fin’ora lo si è spiegato, significa cercare altre soluzioni, altre storie, così come studiare il suo corso come un oggetto non unilaterale mette al riparo anche da un certo giustificazionismo secondo il quale chi ha vinto ha ragione per il semplice fatto di avere vinto. Anche le scienze storiche e sociali devono necessariamente occuparsi delle alternative negate, e devono farlo per sovvertire il decorso storico stesso, per costruire altre narrazioni di riscatto e giustizia sociale che, come per gli autori e le autrici africane, fondano e legittimano una presa di posizione per un mondo differente: “io pure vivo qui, e voglio la libertà, esattamente come te”.
L’Aquila, 29 maggio 2008
Edoardo Puglielli
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31 Marzo 2008
Siamo cinque volontarie che grazie all’Associazione onlus Help senza confini, abbiamo partecipato alla missione umanitaria in Burundi nel mese di marzo 2008. Grazie alla suddetta missione, abbiamo varcato i confini ed abbiamo potuto verificare da vicino quanto sta facendo l’Associazione.
Abbiamo trovato una situazione veramente difficile. Il primo momento denso di emozione, l’abbiamo vissuto al momento dell’arrivo all’aeroporto di Bujumbura. Ci hanno accolte calorosamente alcune rappresentanti dell’Associazione burundese “Hope club” ed alcuni bambini.
Le giornate trascorse nel paese africano, ci hanno consentito di verificare quanto fossero gravi le condizioni di vita in cui vive la popolazione ma soprattutto i bambini.
A Saint Kizito, centro che ospita e cura i bambini disabili, abbiamo incontrato molti bambini mutilati anche a causa delle mine anti-uomo. I responsabili del centro ci hanno detto di aver bisogno di molti aiuti per soddisfare le esigenze delle persone ospitate.
Abbiamo avuto un incontro molto intenso con Gorette Rugandiye Presidente di Hope club, la quale ha ringraziato noi e Francesco Barone per gli aiuti che abbiamo portato.
Abbiamo trascorso la giornata di Pasqua (23 marzo) con i bambini, offrendo loro cibo e svolgendo con loro attività ludico-ricreative. Abbiamo deciso di scrivere queste poche righe per comunicare che gli interventi di Help senza confini, sono interventi concreti e mirati a migliorare le precarie condizioni di molti bambini burundesi. Abbiamo assistito personalmente alla consegna dei fondi da parte del Presidente di Help senza confini alla Presidente di Hope club.
Noi stesse abbiamo consegnato medicinali, materiale didattico e vestiti ai bambini. Il giorno 24 marzo, ci siamo recate a Gitega per visitare l’orfanotrofio. In questa occasione abbiamo consegnato altro materiale.
Abbiamo visto una situazione molto difficile in cui prevale la povertà, la scarsa igiene e la sofferenza. Per questo chiediamo di aiutare l’Associazione Help senza confini. Da vicino abbiamo riscontrato l’onestà e l’impegno di un’Associazione che tra tante difficoltà sta restituendo la dignità e la speranza a molti bambini poveri. GRAZIE!
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Serena Leonetti
Maria Candida Marzi
Fabiana Trivarelli
Raffaella Pappacena
Elena D’Ascenzo
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“C’era una volta un elefante che voleva giocare con una formica…”. Sembrava impossibile, un’idea assurda e bizzarra di tre maestri che si accanivano “contro” i propri alunni ( come spesso succede nelle noiose ore di italiano), nel tentativo di stimolarne la fantasia e la produzione testuale, propinandoli il difficile compito di continuare la storia su citata e di trovarne un finale degno di un bel ottimo.
Ma no, almeno per una volta, le cose non sono andate proprio così!
E’ stato sufficiente dare ai bambini il giusto input perché questi, con la propria spontaneità, freschezza e innocenza, insegnassero a noi adulti e insegnanti molto più di quanto potessimo pensare.
Nelle immagini dei volti tristi, a volte anche sorridenti, sofferenti, speranzosi, innocenti degli orfani del Burundi i “nostri” bambini non hanno notato la diversità, ma solo la necessità dei loro coetanei bisognosi di aiuto e di amore.
Così scriveva una delle nostre alunne qualche minuto dopo aver conosciuto i suoi nuovi amici, distanti chilometri ma già presenti nel suo cuore:
“Io vi voglio aiutare con serietà e con amore…”, a chiusura della lettera scritta il pomeriggio in cui a scuola è stato presentato il progetto “Scuole senza confini”.
Tutto ciò che è venuto dopo ce l’hanno ispirato i bambini con il loro entusiasmo. Le lettere che hanno indirizzato a coloro che, da subito, hanno sentito come nuovi amici, nonostante la distanza e le diversità di ogni genere, secondo quelli che sono gli schemi ideologici e pregiudizievoli del mondo degli adulti, sono state per noi insegnanti materiale puro e genuino per avventurarci in qualcosa che non avevamo programmato ma che ha permesso di continuare e concludere la storia di un’amicizia impossibile.
Con un manufatto realizzato con serietà, cooperazione e partecipazione viva e attiva, con alcuni canti e poesie, con le loro autentiche lettere e soprattutto con il desiderio di amicizia, di quell’amicizia senza confini che solo i bambini sanno raccontare, con queste poche cose, il 20 dicembre 2007, i nostri alunni hanno “parlato” di intercultura ai loro genitori e al dirigente scolastico. Un successo.
Un successo nato da poco, dal desiderio di solidarietà, dalla voglia di aderire a un progetto in rete per promuovere una scuola di qualità, dove la qualità sta nella voglia di riscoprire nel bambino, nelle sue potenzialità il fulcro dell’insegnamento. L’idea di non parlare di cose astratte, di dare l’opportunità ai nostri alunni che vivono in situazioni socio-economiche e culturali buone di conoscere situazioni diverse e potersi rapportare realmente con esse e trarne gli insegnamenti più opportuni, hanno indotto noi insegnanti delle classi terze della scuola primaria “Giovanni XXIII” di Monte Sant’Angelo semplicemente ad aderire al progetto “Scuole senza confini”, i bambini hanno fatto tutto il resto!
Ci hanno insegnato che bambini di otto anni, se opportunamente stimolati, possono parlare d’intercultura in modo semplice e diretto con i canti, le poesie e le parole nate dal loro cuore e dalla loro testa e non preconfezionate o improntate da ideologie di vario genere. Hanno spiegato perché anche in una città come la nostra,
dove le problematiche connesse al fenomeno della globalizzazione nonché della integrazione non sono ancora avvertite, si può e si deve educare all’intercultura poiché essa è parte integrante dei nuovi piani educativi per il pieno sviluppo e la formazione di individui liberi e autonomi.
L’aver aderito al progetto di “Scuole senza confini” ha consentito alle nostre classi di giungere alla produzione di un progetto unico attraverso la collaborazione, l’espressione e il potenziamento di abilità e competenze individuali, migliorando le abilità relazionali di ciascuno, anche di noi insegnanti.
Penso che questo possa essere un modo nuovo, anche faticoso, di lavorare ma entusiasmante e con degli esiti positivi.
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Anna Accarrino
(Insegnante Scuola Elementare) |
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NOI CON VOI INSIEME...
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Anche per quest'anno scolastico 2007/2008, i docenti delle classi quarte della Scuola Primaria Statale "G. Tancredi" di Monte Sant'Angelo (FG) hanno realizzato il progetto "Le pareti della Scuola… spazi di solidarietà".
Consapevoli che l'apertura agli altri, la condivisione, la disponibilità (obiettivi dell'Educazione alla Cittadinanza) si possono "insegnare" soltanto se si dimostra di saperli "vivere", le insegnanti hanno allestito una mostra di solidarietà per la raccolta di fondi che sono stati destinati ai bambini di una scuola dell'Uganda, del Ciad e a quelli della Crèche de la Sainte Famille di Betlemme.
L'iniziativa, concepita come un'importante occasione per vivere concretamente l'esperienza della gratuità del dono, ha coinvolto tutti gli alunni dell'Istituto ed ha permesso, grazie alla generosità di tutti, di raccogliere la somma di 2.280,00 euro, di cui una parte (570,00 euro) è stata devoluta anche all'Associazione "Help senza Confini", a sostegno dei bambini del Burundi.
Nell'ambito dello stesso progetto, gli alunni delle classi IV A e IV B, con la guida delle insegnanti Nunzia Maria La Torre, Pasquina Rinaldi, Totaro Maria Rosaria, Totaro Pasqua, Totaro Rosa e della D.ssa Dolores Prencipe, "condenseranno" l'esperienza in un percorso interculturale volto alla conoscenza della realtà sociale e ambientale dei bambini dell'Africa, cui sono stati inviati i fondi raccolti.
Dalle attività previste scaturirà un simpatico "quaderno" con immagini, disegni, fotografie, parole ed espresssioni su racconti e storie che connotano il nostro Paese.
I destinatari saranno proprio i bambini del Burundi, i quali potranno così conoscere i luoghi, gli ambienti e le principali consuetudini di vita dei loro nuovi "amici".
Il quaderno dal titolo "Noi con voi insieme" costituirà un importante momento educativo in cui le due culture, quella europea e quella africana, saranno maggiormente a contatto
Il Dirigente Scolastico
prof. Michele d'ARIENZO
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Le insegnanti referenti
Pasqualina RINALDI
Maria Rosaria TOTARO
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HO VISTO...
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Ho visto bambini orfani, camminare ininterrottamente per le strade.
Cercare qualcuno o qualcosa. Ho visto bambini con pantaloni e magliette sporche, ma con il viso sempre sorridente. Ho visto bambini con le mani tese, quelle di chi chiede. Tali mani sempre più in basso delle mani di chi dà. Ho visto adulti che giravano le spalle ai piccoli. Ho visto jeep enormi, costosissime...Ho visto il lagoTanganica, le colline lussureggianti e il mercato. Ho visto l'angoscia, la commozione, l'impegno dei volontari.Ho visto i visi dei bambini poggiati silenziosamente sui vetri laterali della macchina dove mi trovavo. Ho visto centinaia di rifugiati, uomini, donne e bambini, in mezzo al campo assolato, senza nulla. Ripararsi dalla curiosità prima e dall'indifferenza poi, con piccoli panni. I bambini lavarsi e rinfrescarsi in piccole pozze d'acqua dove scorreva di tutto. Ho visto la dignità di chi soffre e rimane dritto, in piedi, con lo sguardo fiero. Ho visto le madri portare sulla schiena i propri bambini mentre lavoravano la terra. Le ho viste proteggere i propri piccoli. Ho visto persone camminare per ore, con lo sguardo spento. Le ho riviste poi, a terra, stremate dalla fame. Ho visto una bambina senza una gamba, correre con la stessa intensità di chi ne ha due. Ho visto i bambini disegnare, cantare, ballare e aggrapparsi alle nostre gambe. Ho visto gli occhi di chi ci guardava. I loro occhi parlare. Non ve ne andate, era la frase disegnata nei loro occhi. Ho visto nei villaggi poveri, il fumo del fuoco per cucinare. Ho visto i ragazzi in bicicletta attaccati dietro i camion per affrontare la salita. Ho visto la loro straordinaria accoglienza. Ho visto la certezza di una bambina che mi diceva: tanto ci rivredremo presto...
Barone Francesco
Presidente
dell'Associazione Help senza confini
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NON MI ABBANDONARE
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“Non mi abbandonare…” , è la frase segnata sugli occhi dei bambini di un Paese devastato dalla guerra, dall’indifferenza, dal disprezzo di chi non conosce cos’è l’affetto e il rispetto di migliaia di persone che lottano giornalmente per sopravvivere.
Durante la mia permanenza in Burundi, ho potuto visitare quartieri abitati da uomini,donne e bambini. Questi ultimi con gli occhi puntati verso terra, in attesa di recuperare la dignità strappata a causa della povertà. Campi di terra trasformati in umili dimore da parte di coloro che sono riusciti a sfuggire agli spari degli ignobili potenti. Strade percorse da molte mamme in cerca di cibo per i propri bambini. Ho avuto la fortuna di abbracciare un bambino e ascoltare il suo cuore che mi chiedeva: “sostienimi, aiutami e tienimi forte tra le tue braccia, anch’io ho diritto di essere amato e di essere protetto. Io esisto, portami con te e dammi una speranza!”
Ora la mia voce si unisce a quella di tutti i bambini in un unico grande grido: “Ho bisogno della tua luce per illuminare la mia anima e far splendere il mio sorriso!”
Valeria Rossi
Volontaria – Missione in Burundi Agosto 2007
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IL CUORE DELL'AFRICA
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Raccontare l’Africa non è semplice, è una terra devastata dalla guerra, dalla fame e dall’indifferenza delle grandi potenze. Il Burundi è un Paese meraviglioso con molte persone coraggiose, forti ma nello stesso tempo bisognose delle cose necessarie per vivere.
Mi sono chiesta prima di partire e poi al rientro: cosa possiamo fare per cambiare almeno in parte lo stato delle cose? I miei occhi sono la testimonianza di come il cibo, i giocattoli e i vestiti, possano rendere speciale una giornata ai bambini. Bambini che nella maggior parte dei casi non hanno nulla, solamente grandi occhi che chiedono un abbraccio, una carezza. Gesti che per noi appaiono scontati, permettono di accendere un sorriso a molti di loro. I bambini sono il futuro e l’Africa ha bisogno di loro, per sperare e per costruire una società più giusta. A me, invece, rimane il ritmo gioioso dei loro cuori che sono certa riascolterò presto.
Elisabetta Boni
Volontaria – Missione in Burundi Agosto 2007
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DOV'E' L'AFRICA...
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Prima che partissi per l’Africa molta gente, anzi troppa, mi ha chiesto perché avessi deciso di andare in un luogo così lontano per sostenere i bambini più bisognosi: “L’Africa è anche qui!”, mi hanno ripetuto.
Ho pensato che questa affermazione non potesse che essere errata…ora che sono tornata mi fa rabbrividire. Con forza sostengo che sia assolutamente vergognosa.
L’Africa è solo l’Africa, l’Africa è dove si trova, l’Africa è la terra martoriata dalla povertà, dall’ingiustizia, dall’indifferenza.
L’Africa è l’oblio di troppi pensieri occidentali, l’Africa è il silenzio di chi occulta. L’Africa è solo là, dove sono rimasti i miei occhi che si faranno bocca per testimoniare.
Al rientro da questa missione mi è stato chiesto cosa non hanno questi bambini.
Non hanno cibo, non hanno acqua, troppo spesso non hanno una mamma, un papà, non hanno adulti che si prendano cura di loro. Non hanno giochi, non hanno possibilità di studiare, non hanno un dito che asciughi le loro lacrime. Molti di loro non hanno braccia per abbracciare, mani per afferrare e salutare, gambe per correre o trascinarsi…Non hanno medicine, non hanno serenità, non hanno l’infanzia, non hanno futuro…
Chi non li aiuta non ha una cosa sola: non ha dignità umana!
Dolores Prencipe
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QUANDO ABELE NON SI TROVA
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“Sono forse io il custode di mio fratello?”: rabbiosa la domanda rivolta da Caino a Dio che gli chiese dove si trovasse Abele. Da questo momento ogni immoralità ebbe inizio.
La dipendenza e la morale o si danno insieme, o non sono che false icone perbeniste.
Che lo si ammetta o meno, ciascuno è responsabile dell'altro, del suo ben- essere. Quanto ogni singola persona decide di fare e quanto di astenervisi incidono inevitabilmente sulla qualità dell'essere, sulla modalità e possibilità stessa di vita di un altro corpo, di conoscenza di un diverso volto, ora e su questa terra.
Mettere in discussione tale dipendenza, il legame “me- l'altro”, rappresenta l'atrocità dell'abdicazione rispetto alle proprie responsabilità, la frantumazione del proprio essere morale, il volo cieco verso lo sciame inquieto della modernità liquida dove, troppe volte, qualcosa o qualcuno diviene invisibile.
Orientati al perseguimento dell'utile, è fallimentare la ricerca della prova razionale per la quale ciascun uomo dovrebbe essere responsabile dell'altro. Come giustificare, non funzionalisticamente , il motivo per cui anche i bambini poveri, gli “invisibili”, hanno diritto ad essere felici?
L'ingegneria ci insegna che la tenuta di un ponte è misurabile a partire dalla valutazione del suo pilastro più piccolo. Perché , dunque, non far risiedere la qualità umana della nostra civiltà nella considerazione di quanto e se i piccoli, i bambini, stiano bene? E come fare se l'occhio miope li vede così minuscoli da risultare invisibili?
A proprio sostegno l'etica pare, a volte, avere solo se stessa: decidere di assumersi le proprie responsabilità, decidere di misurare la qualità di una società in relazione a quella dei propri standard morali è quanto di più urgente oggi esista per scongiurare il suicidio sociale e, dopo una tarda presa di coscienza rispetto all'esistenza di un'infanzia tradita, abbandonata, ferita, maltrattata e bruciata, l' autoderisione per aver goduto di ciò per cui ci saremmo dovuti vergognare.
D.ssa Dolores Prencipe
Autrice del Libro Raccolta di Posie "Ahimsa"
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Prosocialità ed educazione interculturale nelle prime classi della scuola primaria
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Affrontare un tema così complesso come l'intercultura, in una classe formata da bambini di soli sei, sette anni, può rappresentare forse, di primo impatto, un impegno difficile da affrontare e da gestire.
Il rischio, nell'entusiasmo e nel coinvolgimento emotivo da cui inevitabilmente l'insegnante viene preso, è quello di un percorso educativo nel quale i problemi risultano derivare da un insieme di informazioni non gerarchizzate.
Parlare di interculturalità e poi affrontare le tematiche che ne derivano, anche diversificando gli interventi, è senza dubbio efficace, ma non basta per far sì che questo percorso diventi uno stile di vita consapevole, proprio di ciascun alunno. Probabilmente molti bambini, pur sentendosi partecipi e motivati, e pur prendendo parte alle attività di classe a loro proposte, non sono ancora in grado di afferrare appieno il significato vero di diversità inteso come completamento, integrazione di un unico aspetto: il valore della personalità umana come risultato di tante caratteristiche diverse che convivono in armonia.
Per arrivare a capire questo, e per fare in modo che non ci si abbandoni a sentimenti occasionali, c'è tutto un percorso educativo e didattico da affrontare, già a partire dagli anni di scuola dell'infanzia dove, per la prima volta, il bambino si inserisce in un contesto sociale più complesso rispetto a quello famigliare.
E' proprio in questo periodo che, pur tenendo conto della fase dell'età evolutiva con cui si ha a che fare, l'insegnante dovrebbe cominciare a promuovere l'educazione prosociale finalizzata allo star bene con se stessi e con gli altri.
Fino ad alcuni decenni or sono l'azione della scuola, in questo senso, era facilitata dalla famiglia che, essendo di tipo patriarcale, rappresentava in piccolo, nel bene e nel male, la tipologia della società in cui essa era inserita. Ed ecco rappresentata l'autorevolezza nella figura dei nonni, a cui gli stessi genitori del bambino portavano assoluto rispetto; parallelamente, i genitori impartivano al figlio un'educazione improntata alla massima considerazione del loro ruolo. C'erano poi numerosi fratelli con i quali il bambino imparava a confrontarsi, a dare aiuto e a mettersi alla prova. Esistevano inoltre figure di contorno, ma non per questo meno significative, quotidianamente presenti nella vita del bambino, rappresentate da zii, cugini e parenti vari, ai quali veniva riconosciuta l'autorità di consigliare e di esprimere pareri, dunque di indirizzare verso la risoluzione degli inevitabili problemi all'interno della famiglia. Con un tipo di organizzazione di questo genere, il bambino entrava per la prima volta a scuola avendo già sperimentato, magari senza averne piena coscienza, il significato di parole come condivisione, integrazione e solidarietà.
Oggi con il mutare della società, anche la famiglia è cambiata: si è rapidamente passati ad un modello nucleare, dove si osserva il disgregamento del ruolo dei genitori, che procedono con disinvoltura dagli atteggiamenti autoritari a quelli più condiscendenti, a volte dettando rigide regole e a volte non tenendo conto per primi di quelle ritenute basilari, generando così nel figlio confusione e una sorta di solitudine educativa.
Ecco che il compito della scuola nell'educare alla prosocialità diventa più oneroso, ma, al tempo stesso, ancor più necessario.
Quando il bambino sarà pronto ad accettare il comportamento dei compagni e degli adulti da un lato, e le regole dell'organizzazione sociale in cui è inserito dall'altro, solo allora potrà essere avviato con maggiore efficacia il discorso sull'educazione interculturale.
Per poter agire in funzione di quest'ultima, poi, è necessario che docenti e alunni possano contare anche sui genitori, i quali devono prima conoscere e poi condividere gli obiettivi da raggiungere. Per arrivare a ciò occorre finalizzare l'azione educativa al conseguimento di una collaborazione attiva da parte della famiglia.
Anna Donatella Giancola
Insegnante Scuola Primaria di Capistrello
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Lunedì 12 marzo 2007 - La vitalità creativa della negritudine di:
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Jean Léonard Touadi – Giornalista, autore e conduttore del programma Rai “Un mondo a colori”, collabora con la rivista Nigrizia. Attualmente è Assessore alle Politiche Giovanili del Comune di Roma.
L’antropologia ci ha permesso oggi di comprendere che in realtà tutti i popoli, tutte le comunità, anche le più arcaiche, sono degne di considerazione.
Non c’è uomo o comunità a cui si possa negare la cultura, che è tutto quello che un popolo riesce a sviluppare nel rapporto con gli altri, con la natura, con la propria soggettività, con l’Assoluto.
Questa nuova comprensione del carattere ontologicamente culturale di ogni comunità, di ogni popolo, di ogni aggregato umano, è stato utile anche per spalancare le porte alla possibilità di un dialogo tra le culture che non sia solo l’imperio di un particolare che si erige a universale per gli altri, come è stata la cultura occidentale. E’ molto importante però capire come si snoda questo rapporto culturale. Sarebbe interessante ricorrere a persone come Léopold Sédar Senghor che è stato forse uno dei primi a capire l’importanza del dialogo tra le culture. Egli parte dall’affermazione della propria identità. Quando si parla di dialogo tra le culture, infatti, è necessario che ci siano due polarità piene che possano poi arricchirsi vicendevolmente, altrimenti rischia di essere un dialogo dove c’è solo uno che riempie l’altro e in realtà non avviene alcuno scambio.
La negritudine, questa formidabile corrente letteraria e poetica che Senghor inventa insieme a un altro afro della Martinica Aimé César, è proprio l’operazione di riparazione dell’arte di vincere senza avere ragione.
Una parola apparentemente neutrale, come negro, da semplice connotazione cromatica, nel corso dei secoli ha finito per rappresentare la quintessenza del disprezzo, nei campi di cotone in Arizona, nel Mississipi, in Giamaica, nelle fazendas del Brasile, ed è diventata il concentrato dell’esperienza dolorosa di un popolo: degli africani del continente e della diaspora.. In una specie di movimento catartico gli scrittori della negritudine ripartono dal momento drammatico che la parola negro rappresenta e iniziano la terapia.
Riprendono questa parola di disprezzo e la riempiono di connotati positivi. “J’assume ma négritude, dice Senghor, io assumo la mia negritudine” te la sbatto in faccia, “je suis nègre e je suis orgueilleux de l’etre”.
Ma per Senghor la negritudine non è fine a se stessa, non è un’identità che si scopre per chiudersi in se stessa.
Senghor capisce benissimo, e lo dice, che bisogna diffidare dei popoli puri, delle culture pure, delle identità pure che ignorano la novità dell’innesto. Occorre diffidare della purezza che ignora la freschezza dell’innesto. Si parla di innesto, di un processo di incontro, non di annullamento, di rifondazione ex-novo. La negritudine, quindi, come primo punto per andare verso quello che Senghor chiama “la civilisation de l’universel, le rendez-vous de le donner e de le recevoir”, la civiltà dell’universale, l’appuntamento del dare e del ricevere.
E molto profeticamente, in un discorso pronunciato a Palermo in occasione del conferimento della laurea honoris causa, Senghor individuò nel Mediterraneo il luogo dove potevano cominciare le prove generali di dialogo tra le culture. Parlava dell’incontro tra la cultura arabo-berbera, la cultura negro-africana e la cultura greco-romana che nel Mediterraneo cominciavano a compiere, per conto di tutta l’umanità, gli esercizi propedeutici a quello che sarebbe stato il grande appuntamento dell’universale. Questo giovane trapiantato dalla sua terra a 16-17 anni, che scrive a Parigi, che ha studiato alla Sorbona, che è diventato uno dei più grandi classici che l’Académie Francaise abbia mai avuto, tanto da parlare correttamente il greco e il latino, si sente profondamente e orgogliosamente africano, ma nello stesso tempo ha gli orizzonti spalancati all’altro, al mondo dell’altro, con discernimento, attenzione, non in modo indiscriminato.
Per una volta non è più l’africano che riceve l’occidentalizzazione come un processo violento, l’arte di vincere senza avere ragione, ma con una libera determinazione decide di assumere l’irruzione dell’altro nella sua cultura, dentro la sua comunità. E’ quello che fa dei popoli africani di oggi dei popoli meticci, in bilico tra una tradizione offesa e umiliata, ma non morta, e una modernità imposta, seducente ma sempre rivisitata dai popoli e dalle culture.
Ciò che colpisce è la capacità delle comunità africane, sia quelle rimaste nel continente, sia anche quelle sparse in altre parti del mondo, di aprirsi agli altri, con una reinterpretazione del Cristianesimo piuttosto che di altri elementi, che fanno di Salvador de Bahìa e di alcuni quartieri di Rio degli esempi incredibili di meticciato, non più biologico, ma culturale interessante, non teorizzato ma vissuto. Altro esempio positivo è la felice ripresa negli Usa, che erano rimasti ancor più traumatizzati dalla parola afro, del back to Africa come orizzonte non solo di affermazione della propria negritudine, ma di apertura all’altro con discernimento, con intelligenza, leggendo nelle pieghe dell’alterità che cosa prendere e che cosa lasciare.
Questo, penso, i popoli dell’Africa e anche quelli della diaspora l’hanno saputo fare a loro spese, ovviamente, soffrendo sulla loro pelle: esempio di serena accettazione dell’arrivo dell’altro dentro il proprio mondo, il proprio universo. Certo non tutti hanno compiuto tale percorso. Non so se Michael Jackson o Condoleeza Rice sottoscriverebbero queste parole. Però c’è tutto un movimento culturale molto interessante all’interno dell’universo afro.
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Domenica 11 marzo 2007 - Intervista a Nepo Bigirimana, referente del Progetto “Burundi children”
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Signor Bigirimana, quando e come è iniziata la collaborazione con l'Associazione Onlus Help senza confini?
E' capitato casualmente due anni fa, durante una manifestazione di solidarietà, una mia amica mi ha presentato Francesco, Presidente di Help senza confini. Per me è stato un incontro importante, spero anche per lui. Prima di conoscerlo mi ero rivolto ad altre Associazioni con la speranza di ricevere un sostegno per i bambini del mio Paese di origine. Purtroppo non ho avuto riscontro. Con Francesco,invece, fin dall'inizio si è stabilito un rapporto di grande stima, amicizia e fiducia.
Dopo avergli parlato degli avvenimenti che hanno caratterizzato la mia vita, comprese le sofferenze vissute a causa della morte dei miei genitori, dei miei fratelli e di mia sorella, abbiamo deciso di iniziare a operare affinché i bambini orfani del Burundi potessero avere condizioni di vita più dignitose. Abbiamo deciso di farlo senza troppe pretese ma con grande determinazione. Abbiamo iniziato a girare l'Italia, in lungo e in largo, a volte accompagnati da altri soci sostenitori dell'Associazione, per raccogliere i fondi da destinare alle popolazioni burundesi. Non è stato sempre facile, perché in alcuni casi abbiamo incontrato delle resistenze che ritengo ingiustificate. Oggi sono pienamente soddisfatto di quanto è stato realizzato.
Quali sono gli interventi avviati con il Progetto “Burundi children”
Con l'Associazione Help senza confini, abbiamo previsto due tipi di interventi .Il primo intervento, ci permette di aiutare tre orfanotrofi, due a Bujumbura e uno a Gitega. Complessivamente sono circa 400 i bambini che aiutiamo grazie a un piano alimentare e con attività psico-educative. Con il secondo intervento, invece, abbiamo avviato una serie di incontri nelle Scuole al fine di promuovere l'educazione interculturale.
Tra qualche giorno partirai per un'altra missione in Burundi, quali sono i propositi?
La missione coincide con il periodo pasquale. Questo ci consentirà di trascorrere il giorno di Pasqua con i bambini. So bene cosa significa restare soli in un momento così particolare dell'anno. Per questo desidero stare con loro, anche per sentirmi più vicino ai miei familiari che ho perso.
La missione, inoltre, ci darà la possibilità di consegnare i medicinali, i vestiti e il materiale didattico raccolto durante le ultime settimane.
Cosa provi quando torni nel tuo Paese di origine?
Ogni volta che arrivo in Burundi provo un'emozione fortissima, difficile da descrivere. Il Burundi è la mia casa, in Burundi rivivo i momenti più belli della mia infanzia legati a mia madre e a mio padre. Sento i profumi dell'Africa, vedo i colori, la vegetazione e gli ampi spazi. Nel mio Paese sento forte il calore della mia gente. E' gente semplice, discreta, gentile, che ama condividere con gli altri le poche cose che possiede.
Cosa pensi del futuro dell'Africa?
Spero che il futuro sia meno drammatico del presente e del passato. Però intendo aggiungere che l'Africa non è solo il continente dove prevale la fame, la guerra e la miseria. L'Africa è una Terra speciale, dove uomini e donne hanno una gran voglia di far conoscere le proprie tradizioni e culture. Credo che per offrire un futuro migliore agli africani, necessitano interventi concreti,poichè in questi ultimi anni di parole ne sono state pronunciate fin troppe. Ritengo, innanzitutto, sia opportuno riflettere sull'impegno sociale che ognuno di noi deve assumere di fronte a certe evidenze. Sono stanco di vedere in TV scene che sgomentano e che testimoniano situazioni terribili, quasi incomprensibili per la nostra mente. Sono stanco, come molti altri, di leggere numeri che parlano di morti per fame, per guerre e per malattie. Sono d'accordo con quanto più volte e nelle diverse sedi ha dichiarato Francesco: “per fare qualcosa bisogna esserci, esserci con la propria testa , con le proprie gambe, ciascuno secondo le proprie possibilità”. Come scrive John Mbiti, è solo in termini di altre persone che l'individuo diventa conscio del proprio essere, dei suoi doveri, dei suoi diritti e delle sue responsabilità verso se stesso e verso gli altri. Per questo voglio ringraziare tutte le persone che consapevoli di tali responsabilità ci stanno sostenendo, facendomi provare una gioia immensa. |
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